Il caso Roggero non riguarda soltanto la legittima difesa. Riguarda anche il lavoro, la sicurezza di chi gestisce un’attività e ciò che accade al cervello durante una minaccia estrema.
Mario Roggero è il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi di reclusione per l’omicidio di due rapinatori e il ferimento di un terzo, avvenuti durante una rapina nel suo negozio. È stato inoltre condannato a versare una provvisionale di 780.000 euro ai familiari dei due rapinatori uccisi e al rapinatore ferito.
Cosa c’entra questa vicenda con la mia professione di psicologo e di esperto in lavoro?
C’entra eccome, perché il caso Roggero mostra la distanza tra ciò che la legge pretende da una persona e ciò che il cervello umano è concretamente in grado di fare durante un’aggressione.
Lo dico subito: questa storia viene inevitabilmente strumentalizzata a livello politico. Non credo però che debba essere liquidata come una semplice distrazione da altri problemi sociali. Il caso Roggero mette in luce una questione reale: la distanza tra ciò che la legge pretende da una persona e ciò che il cervello umano è concretamente in grado di fare durante un’aggressione.
La condanna di Roggero è un fatto gravissimo, che comprensibilmente sta indignando molti italiani.
Non sostengo che i giudici abbiano semplicemente “sbagliato”. Da quanto ho potuto ricostruire, hanno applicato le leggi esistenti per come sono formulate. Il problema è proprio questo: quelle leggi stanno mostrando tutti i loro limiti.
E il prossimo a subire conseguenze analoghe, anche in un contesto diverso da una rapina, potresti essere tu.
Il caso Roggero e il peso delle rapine precedenti
Partiamo dai fatti, cercando di tenerli separati dalle interpretazioni.
Non faccio il giornalista di mestiere e, qualora nel testo fossero presenti inesattezze, sarebbero in buona fede.
Quella del 2021 era almeno la seconda rapina violenta documentata subita da Roggero nella sua gioielleria, dopo quella del 2015.
La rapina precedente gli aveva lasciato conseguenze traumatiche, fino a causargli un disturbo post-traumatico da stress. Non sappiamo, invece, quali conseguenze psicologiche abbiano subìto la moglie e le figlie.
Vedere violati i propri spazi, essere aggrediti sul posto di lavoro e assistere alle minacce rivolte alla propria famiglia rappresentano esperienze capaci di sconvolgere profondamente una persona.
Immaginiamo il senso di impotenza: vedere propria figlia minacciata, temere che l’episodio possa ripetersi ancora una terza, quarta o ennesima volta e sapere che, anche con un’assicurazione, una rapina capace di svuotare un negozio può mettere in ginocchio un’intera attività professionale.
Per chi vive del proprio negozio, non si tratta soltanto della perdita di alcuni oggetti.
Si tratta del proprio lavoro, dei sacrifici accumulati negli anni, della sicurezza economica della famiglia e della possibilità stessa di continuare la propria attività.
È FI-NI-TA.
Per te e per le persone che ami, anche se riesci a salvarti dall’aggressione.
E tutto questo mentre nessuna forza dell’ordine riesce a intervenire durante i pochi minuti in cui si svolge la rapina.
Quando lo Stato arriva troppo tardi
Da anni le forze dell’ordine soffrono carenze di organico, scarsità di mezzi e limiti operativi. A questo si aggiunge una percezione sociale molto diffusa: Polizia e Carabinieri vengono spesso considerati puntuali nel sanzionare infrazioni minori, ma assenti quando le persone si trovano davanti ai problemi più gravi.
Naturalmente le cose non stanno sempre così.
Esistono moltissimi agenti di Polizia e Carabinieri che svolgono seriamente il proprio lavoro, spesso in condizioni difficili. Sto parlando, però, di un sentiment sociale che non può essere semplicemente ignorato.
Il cittadino percepisce che, quando si verifica un’aggressione improvvisa, è sostanzialmente solo.
Il risultato è la sensazione che i delinquenti vincano sempre: se le forze dell’ordine non riescono a intervenire, prendono la refurtiva; se vengono feriti o uccisi durante la reazione della vittima, loro o le loro famiglie possono ottenere risarcimenti milionari.
La vittima, invece, non può farsi giustizia da sola perché lo Stato glielo vieta. Ma quello stesso Stato può essere assente, o semplicemente troppo lento per impedire un’aggressione che si conclude in pochi minuti.
Perché chiamare il 112 non risolve il pericolo immediato
Anche sapendo di dover chiamare il 112, durante un’aggressione i tempi necessari per ricevere la chiamata, comprendere che cosa sta accadendo, localizzare l’evento, allertare una pattuglia e raggiungere il luogo possono rendere impossibile un intervento durante il fatto.
Questo non significa accusare gli operatori di inefficienza.
Significa riconoscere un limite materiale: nessuna forza dell’ordine può essere presente ovunque e in ogni momento.
Lo Stato vieta giustamente al cittadino di farsi giustizia da solo per due ottimi motivi.
Il primo è che, se tutti lo facessero, torneremmo alla legge del più forte, perdendo le conquiste del diritto e della società civile.
Il secondo è che una vendetta privata espone la persona a un ciclo di ritorsioni e faide potenzialmente infinito, mentre lo Stato è impersonale e meno vulnerabile a queste dinamiche.
Tutto questo, però, funziona soltanto se le forze dell’ordine rappresentano un deterrente credibile e se le leggi sono ben bilanciate.
Quando il cittadino rimane solo, si crea una frattura tra la legge teorica e ciò che accade nel mondo reale.
Caso Roggero: che cosa succede al cervello sotto minaccia
Quando l’incolumità è a rischio, lo Stato sembra chiedere alla vittima di comportarsi come un avvocato perfettamente informato: dovrebbe riconoscere in pochi istanti il momento esatto in cui la minaccia termina e adeguare immediatamente la propria reazione.
Ma che cosa succede realmente al cervello durante un pericolo?
Sotto una minaccia estrema, il cervello rilascia grandi quantità di adrenalina, noradrenalina e dopamina. Queste sostanze possono indebolire temporaneamente le reti neuronali che permettono di mantenere in mente informazioni, obiettivi e alternative.
Il controllo può passare a modalità più rapide e automatiche, mentre la memoria di lavoro, la flessibilità decisionale e il controllo degli impulsi possono risultare significativamente compromessi.
Il cervello privilegia risposte rapide e già apprese rispetto al ragionamento deliberato.
Si tratta di una condizione difficilmente compatibile con la precisione decisionale che la legge sembra richiedere in quei frangenti.
Fuga, lotta, blocco e sottomissione
Davanti a una minaccia possono manifestarsi diverse risposte:
- fuga;
- lotta;
- blocco;
- sottomissione.
Queste reazioni possono susseguirsi molto rapidamente. Una persona può inizialmente bloccarsi, tentare di fuggire e poi reagire fisicamente.
L’attenzione può concentrarsi quasi esclusivamente sull’arma o sull’aggressore, producendo una visione a tunnel che porta a ignorare gli elementi periferici della situazione.
Possono inoltre verificarsi dissociazioni peri-traumatiche, durante le quali la persona non è completamente incosciente, ma nemmeno pienamente lucida. Il suo campo mentale si restringe e soltanto una parte della situazione viene percepita ed elaborata.
Non ero presente durante i fatti che hanno coinvolto Mario Roggero e qualsiasi diagnosi formulata “per sentito dire” sarebbe professionalmente scorretta.
Possiamo però comprendere che cosa una persona potrebbe sperimentare in una situazione analoga.
Un sibilo nelle orecchie. I suoni ovattati. Il dolore che sembra scomparire o ridursi a una pulsazione. La concentrazione interamente assorbita dalla minaccia.
Tutto il resto diventa contorno.
Sei solo, vedi la tua famiglia in pericolo, percepisci il futuro delle persone che ami come minacciato e porti con te il trauma di un’aggressione precedente.
Che cosa fai?
Probabilmente, in preda al panico e ai bisogni più profondi di sopravvivenza e protezione, cerchi di rimuovere definitivamente quella minaccia dalla tua esistenza.
Anche se il comportamento di Roggero, osservato dall’esterno, può essere sembrato lucido, non significa necessariamente che la sua lucidità fosse integra.
È irrealistico presumere che chiunque, in condizioni analoghe, riesca a conservare la stessa capacità deliberativa che avrebbe mesi dopo, osservando un filmato in un’aula di tribunale.
Non sto parlando necessariamente di incapacità di intendere o di volere.
Sto parlando di una lucidità potenzialmente compromessa.
Il confine tra legittima difesa e reazione traumatica
La legge stabilisce che la difesa debba essere proporzionata alla minaccia e debba cessare quando termina il pericolo immediato.
Il principio è comprensibile e necessario.
Ma quanto è realistico chiedere a una persona di riconoscere perfettamente quel confine mentre si trova ancora sotto l’effetto di un’aggressione, soprattutto quando ha già subìto episodi analoghi?
Esiste inoltre un altro problema: il valore strumentale di alcuni beni per la vita delle persone.
Nel caso di una gioielleria, non si parla del furto di un oggetto marginale o sostituibile. Si parla della sottrazione di beni che rappresentano il capitale dell’attività, la continuità professionale e il sostentamento della famiglia.
Quel patrimonio è strumentale e funzionale alla vita stessa di una o più persone.
Per questo non può essere trattato come un bene qualunque.
Roggero ha sbagliato?
Sì, Roggero ha sbagliato.
Non condivido le semplificazioni di chi sostiene che negli Stati Uniti sarebbe stato automaticamente considerato un eroe. Forse, e sottolineo forse, in uno Stato come il Texas l’esito sarebbe potuto essere differente.
In molti ordinamenti, la sua condotta sarebbe comunque stata valutata come eccedente rispetto alla legittima difesa.
Ma esiste un grande “ma”: deve essere considerato il contesto nel quale ha sbagliato.
A lui dovrebbero essere riconosciute tutte le attenuanti compatibili con il caso. Ai criminali, nessuna attenuante automatica derivante dalle conseguenze dell’aggressione che loro stessi hanno provocato.
La vera domanda è quindi un’altra:
Mario Roggero è socialmente pericoloso?
Con tutta probabilità, no.
Avrebbe fatto del male a qualcuno se non fosse stato sottoposto a una situazione estrema? Probabilmente no.
La società trae un beneficio concreto dalla sua permanenza in carcere?
Non sembra. A subirne le conseguenze, anche economiche, sarà soprattutto la sua famiglia.
I delinquenti che hanno cercato di rapinarlo rappresentavano invece un pericolo sociale?
Sì, perché avrebbero potuto commettere altre rapine, mettendo nuovamente a rischio la vita e il lavoro delle persone.
Il caso Roggero e la tutela del lavoro
L’Italia è, o dovrebbe essere, una Repubblica fondata sul lavoro.
Il lavoro rappresenta crescita, collaborazione, sicurezza, autonomia e partecipazione alla società.
Quando permettiamo ai criminali di interferire sistematicamente con il lavoro delle persone, danneggiamo l’intero sistema sociale.
Le conseguenze ricadono sulla visione del mondo, sull’educazione e sul patto non scritto che regola i rapporti tra cittadini.
Un contesto nel quale lavorare è sicuro incoraggia le persone a investire tempo, energie e risorse. Le spinge a creare attività, offrire servizi e pagare tasse.
Se lavorare non è sicuro, il messaggio diventa l’opposto:
“Non fare niente, non rischiare, vai all’estero. Oppure ruba anche tu, perché sembra che tu abbia più da guadagnare che da perdere.”
Per questo i criminali non devono essere premiati e devono essere neutralizzati il prima possibile, attraverso qualunque mezzo consentito dalla legge.
Molti avvocati penalisti risponderebbero che il diritto penale funziona così e che non può essere interpretato diversamente.
A mio avviso, però, anche il diritto deve sapersi confrontare con prospettive psicologiche, neuroscientifiche e sociali.
Come cambierei le leggi sulla legittima difesa
L’articolo 2044 del Codice civile stabilisce già che chi causa un danno agendo in legittima difesa non ne risponde.
Se la difesa viene riconosciuta come legittima, né l’aggressore né i suoi familiari dovrebbero quindi ottenere un risarcimento per le lesioni o per la morte derivanti da quella reazione.
Il problema riguarda soprattutto i casi nei quali viene riconosciuto un eccesso.
1. Valutare la difesa dal punto di vista del momento
La reazione dovrebbe essere valutata dal punto di vista della persona nel momento dell’aggressione, non soltanto con il senno di poi.
Bisognerebbe considerare la rapidità degli eventi, la confusione, la percezione del rischio e la natura della minaccia.
La domanda dovrebbe essere:
In quei secondi, una persona ragionevole nella medesima situazione poteva credere che il pericolo fosse ancora presente?
Non semplicemente se, osservando un filmato mesi dopo, sia possibile individuare l’istante preciso nel quale il pericolo era cessato.
2. Introdurre un’attenuante per la fase post-traumatica immediata
Introdurrei un’attenuante specifica per l’immediata fase post-traumatica.
Servirebbe a distinguere un omicidio maturato a freddo da una reazione gravemente alterata, prodotta pochi istanti prima da una minaccia percepita come mortale.
Non renderebbe l’omicidio impunibile, ma permetterebbe di riconoscere la differenza psicologica e morale tra condotte profondamente diverse.
3. Separare pena e pericolosità sociale
Non renderei mai impunibile l’omicidio.
Permetterei però al giudice una maggiore flessibilità nell’esecuzione della pena nei casi eccezionali caratterizzati da una bassissima pericolosità sociale.
La durata e le modalità della pena dovrebbero considerare non soltanto il fatto commesso, ma anche il rischio concreto che la persona possa compiere nuovamente condotte analoghe.
4. Ristabilire la responsabilità nei risarcimenti
È questo uno dei punti centrali del caso Roggero: la distanza tra il momento vissuto dalla persona e la successiva ricostruzione giudiziaria. Chi entra volontariamente con la violenza in una casa o in un’attività commerciale, mettendo in pericolo altre persone, deve assumersi le conseguenze del rischio che ha creato.
Se la reazione della vittima viene riconosciuta come legittima difesa, l’aggressore e i suoi familiari non devono ottenere alcun risarcimento per le conseguenze di quella difesa.
Se invece viene riconosciuto un eccesso, il giudice dovrebbe considerare concretamente quanto la condotta del rapinatore abbia provocato e alimentato l’intera situazione, riducendo di conseguenza le somme dovute.
Prima di riconoscere denaro all’aggressore o ai suoi eredi, dovrebbero inoltre essere accertati tutti i danni causati alla vittima:
- lesioni fisiche;
- trauma psicologico;
- merce sottratta;
- perdita di reddito;
- chiusura dell’attività;
- spese sostenute.
Questi danni dovrebbero gravare innanzitutto sul patrimonio del responsabile e sulla sua eventuale eredità, senza rendere personalmente responsabili i familiari che non hanno partecipato al reato.
5. Accertare contestualmente le responsabilità dell’aggressore
Quando dalla denuncia dell’aggressore emergono una rapina, un tentato omicidio o altri reati perseguibili d’ufficio, Polizia e Procura devono procedere contestualmente anche nei suoi confronti, senza bisogno di una denuncia separata della vittima.
Non si tratterebbe di una condanna automatica.
Si tratterebbe di garantire un accertamento rapido e completo di tutte le condotte, evitando che chi richiede un risarcimento possa sottrarsi alle responsabilità per il reato dal quale è scaturita l’intera vicenda.
Questo rappresenterebbe anche un dissuasore contro eventuali richieste opportunistiche.
Più sostegno alle vittime di rapine e aggressioni
Lo Stato dovrebbe garantire un sostegno rapido e adeguato alle vittime di rapine e aggressioni.
Chi ha rispettato la legge non dovrebbe essere lasciato solo proprio mentre chi ha provocato la violenza riesce a sfruttare le falle del sistema.
I criminali conserverebbero i propri diritti fondamentali, compresi il diritto alla vita e a un processo equo.
Non conserverebbero però il diritto di trasferire sulle vittime il costo economico delle conseguenze che hanno consapevolmente innescato.
Uno Stato che rinuncia completamente alla proporzionalità apre la porta a errori irreversibili nei casi dubbi.
Ma anche uno Stato che ignora il contributo determinante dell’aggressore rischia di produrre decisioni percepite come profondamente ingiuste.
Che cosa avrei previsto per Mario Roggero
Per Roggero avrei previsto una pena sensibilmente ridotta, da scontare, quando compatibile con la valutazione concreta del caso, prevalentemente ai domiciliari, attraverso servizi di pubblica utilità e un percorso psicoterapeutico obbligatorio.
Separatamente, avrei garantito a lui e alla sua famiglia il pieno accertamento e risarcimento dei danni materiali e psicologici provocati dalla rapina.
Questo sarebbe, a mio avviso, un modo più giusto di tutelare la società, il lavoro e le carriere delle persone.
Il caso Roggero mostra quindi la necessità di trovare un equilibrio più realistico tra proporzionalità, trauma, responsabilità dell’aggressore e tutela di chi lavora.
FAQ sul caso Roggero
Chi è Mario Roggero?
Mario Roggero è un gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi di reclusione per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo una rapina avvenuta nel 2021 nella sua gioielleria.
Perché Mario Roggero è stato condannato?
È stato condannato perché la sua reazione non è stata riconosciuta come legittima difesa. Secondo la ricostruzione giudiziaria, il pericolo immediato era cessato quando Roggero sparò contro i rapinatori.
A quanto ammonta il risarcimento nel caso Roggero?
È stata stabilita una provvisionale complessiva di 780.000 euro a favore dei familiari dei due rapinatori uccisi e del rapinatore rimasto ferito. La provvisionale rappresenta un anticipo rispetto alla quantificazione definitiva dei danni.
Roggero aveva già subìto altre rapine?
Sì. Prima della rapina del 2021, Roggero aveva subìto almeno un’altra rapina violenta documentata nella sua gioielleria, avvenuta nel 2015.
Che cosa accade al cervello durante una rapina?
Durante una minaccia estrema, il cervello può rilasciare adrenalina, noradrenalina e dopamina. La memoria di lavoro, il controllo degli impulsi e la flessibilità decisionale possono ridursi, mentre aumentano risposte automatiche come fuga, lotta, blocco o sottomissione.
Che cos’è la visione a tunnel?
La visione a tunnel è un restringimento dell’attenzione. La persona si concentra quasi esclusivamente sulla minaccia principale, come un’arma o un aggressore, e può non percepire correttamente ciò che accade intorno.
Che cosa sono le dissociazioni peri-traumatiche?
Sono alterazioni della percezione e della coscienza che possono verificarsi durante o immediatamente dopo un evento traumatico. La persona può percepire suoni ovattati, tempo rallentato, distacco emotivo o una forte riduzione del proprio campo attentivo.
Qual è la differenza tra legittima difesa ed eccesso di difesa?
Nella legittima difesa, la reazione è necessaria per respingere un pericolo attuale. Nell’eccesso, la persona supera i limiti della necessità o della proporzione, oppure continua a reagire quando il pericolo non è più immediato.
Un rapinatore può chiedere un risarcimento alla vittima?
Può presentare una richiesta se ritiene di aver subìto un danno causato da una condotta illecita. Se la reazione viene riconosciuta come legittima difesa, però, chi si è difeso non risponde civilmente del danno provocato.
I familiari di un rapinatore ucciso possono ottenere un risarcimento?
Possono richiederlo quando la morte è stata causata da una condotta riconosciuta come illecita. I loro diritti risarcitori sono distinti dalla responsabilità penale del familiare morto.
Presentare una richiesta di risarcimento protegge il rapinatore dalle indagini?
No. Se dalla richiesta o dalla denuncia emergono reati perseguibili d’ufficio, come una rapina, Polizia e Procura possono procedere anche nei confronti dell’aggressore.
Come potrebbe essere riformata la legittima difesa?
Una possibile riforma potrebbe valutare maggiormente la percezione della vittima durante l’aggressione, introdurre un’attenuante per la fase post-traumatica immediata, distinguere la pena dalla pericolosità sociale e considerare il contributo dell’aggressore nella determinazione dei risarcimenti.
Che cosa c’entra il caso Roggero con la tutela del lavoro?
Il caso Roggero riguarda anche la tutela del lavoro perché una rapina in un’attività commerciale non mette a rischio soltanto beni materiali. Può compromettere la sicurezza psicologica, il reddito, la continuità professionale e il futuro economico della vittima e della sua famiglia.



