Truffe job placement e career coaching: guida per evitare conflitti di interesse

Truffe job placement e career coaching: due temi strettamente collegati dato il bisogno crescente di supporto nella ricerca del lavoro, che spinge malintenzionati e disonesti a sfruttare le difficoltà degli altri.

Il job placement è un servizio prezioso per facilitare l’incontro tra professionisti e aziende. In Italia, è noto il ruolo delle università nel supportare i laureati, ma l’intero settore del “supporto alla carriera” (career coaching o coaching di carriera) è spesso terreno fertile per abusivismo, pratiche poco trasparenti e veri e propri conflitti d’interesse.

Truffe job placement e career coaching. Guida per evitare conflitti di interesse

Con questo articolo voglio aiutarti a distinguere tra opportunità valide e trappole costose, proteggendo il tuo investimento di tempo e denaro e spiegandoti perché la formazione è l’unico vero strumento per governare la tua carriera.

Cos’è il job placement (e cosa dice la legge)

Il termine “job placement” indica tutte le attività volte a favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. È fondamentale capire che, in Italia, queste attività sono regolamentate.

Solo i soggetti autorizzati dal Ministero del Lavoro possono svolgere intermediazione. Questi includono:

  • Università e istituti di formazione accreditati (per i propri studenti/alumni).
  • Agenzie per il Lavoro (APL) con specifica autorizzazione ministeriale.
  • Altri enti che operano nel rispetto delle normative vigenti (come previsto dal d.lgs 276/2003, la “Legge Biagi”, e successive modifiche).

Pagare per trovare lavoro? No! Il divieto di chiedere un compenso al candidato

La normativa italiana è chiara: chi svolge attività di intermediazione (ovvero presentarti a un’azienda per un’assunzione) non può chiedere un compenso al candidato. È l’azienda che paga il servizio di ricerca e selezione.

È cruciale ribadire un concetto: un recruiter o un head hunter serio non è pagato per “trovarti un lavoro”. Il suo cliente è l’azienda. Se un recruiter ti contatta, è solo perché ha ricevuto una “commessa” (un mandato di ricerca) da un’azienda e il tuo profilo è potenzialmente compatibile con quella ricerca.

Chiunque ti chieda soldi per “farti accedere a offerte nascoste” o per “inserirti in un database prioritario” sta operando in modo scorretto, fuori dalla legalità, e andrebbe segnalato.

Questa pratica si colloca in una zona grigia molto criticata. Come discusso nell’articolo dedicato alle job board e ai canali di ricerca, piattaforme come Experter sono spesso finite al centro di polemiche proprio perché chiedono ai candidati un pagamento per accedere alle offerte di lavoro, violando di fatto lo spirito della normativa italiana sull’intermediazione.

Truffe job placement: career coaching o placement abusivo?

Se l’intermediazione a pagamento verso il candidato è illegale, esiste un vasto “mercato grigio” che sfrutta un’ambiguità.

Il coaching di carriera legittimo è formazione (ti insegno a scrivere un CV, a ottimizzare LinkedIn, a fare un colloquio). E la formazione, ovviamente, è un servizio che può essere venduto legalmente.

La “zona grigia” sorge quando a venderti la formazione è la stessa persona che fa selezione: sebbene non sia tecnicamente illegale, questa pratica aggira palesemente lo spirito della norma (il D.Lgs. 276/2003), che vieta di chiedere soldi ai candidati. Perché lo fa? Per proteggere il candidato ed evitare conflitti d’interesse.

Quando la stessa persona ti vende il coaching e poi gestisce la selezione dei candidati da proporre ad un cliente, nel candidato-cliente si crea un’aspettativa tossica e implicita che lo porta a pensare: “Se pago, avrò un vantaggio rispetto agli altri candidati: dovrà chiamarmi prima di altri! Ma chi non paga finisce in fondo alla pila?”

Molti sfruttano questa ambiguità per vendere servizi di coaching più o meno validi, contando sul fatto che il candidato stia implicitamente comprando un accesso privilegiato o un “biglietto per saltare la fila” che, nei fatti, non può essere garantito.

Campanelli d’allarme: come riconoscere una truffa

La mia esperienza come consulente HR e coach di carriera mi ha portato a incontrare casi emblematici. Ad esempio, una mia cliente ha ricevuto un’offerta da 4.000 euro più IVA da una fantomatica società per “supportarla nel cambiare lavoro”, con promesse vaghe e richieste di pagamento anticipato.

Ecco i segnali di pericolo (red flag) da non ignorare:

  1. Promesse irrealistiche: “Ti troviamo lavoro in 90 giorni”, “Costruiamo il tuo brand in 3 ore”, “Accesso garantito a colloqui con CEO”.
  2. Pagamento per il placement: Come detto, se ti chiedono soldi per “presentarti alle aziende” o per “inserirti nei loro database” (diverso dalle APL autorizzate), stanno violando la legge.
  3. Termini contrattuali vaghi: Fai attenzione a frasi come “gestione automatizzata di auto-candidature”, “analisi di organigrammi aziendali” o “invio massivo del tuo profilo”. Spesso non significano nulla di concreto e servono solo a giustificare una fattura.
  4. Mancanza di trasparenza: Il professionista è vago sul suo background, sulle sue metodologie o su cosa include esattamente il servizio? Meglio diffidare.

Conflitto di interessi del recruiter-coach di carriera

Un problema etico crescente, e spesso sottovalutato, riguarda i recruiter o gli head hunter che, parallelamente alla loro attività principale, offrono servizi di coaching di carriera a pagamento ai candidati.

Qui sorge un inevitabile conflitto deontologico:

  • Il cliente del recruiter è l’azienda: L’head hunter (e pure il recruiter di livello più basso) è pagato da un’azienda per trovare la persona migliore sul mercato per una data posizione. La sua lealtà professionale è verso l’azienda committente.
  • Il cliente del coach è il candidato: Il candidato paga il coach per ricevere supporto, consigli imparziali e, si spera, un vantaggio nel trovare lavoro.

Cosa succede quando un candidato (Cliente B) paga un coach che è anche un head hunter (che lavora per il Cliente A)? A chi andrà la priorità? È etico farsi pagare da entrambe le parti della barricata?

Il caso più frequente è la manifestazione del conflitto d’interesse: due parti che pagano, ma “vince” quella che paga di più, ovvero l’azienda. E il candidato che ha implicitamente pagato per il posto di lavoro si vede comunque scartato per le selezioni.

Più raramente, un head hunter potrebbe essere tentato di piazzare i candidati che lo hanno pagato per il coaching, anche se non sono i migliori per l’azienda, ma così rischia di bruciarsi la reputazione perché diventa palese un suo eventuale lavoro mediocre. O, al contrario, potrebbe usare le sessioni di coaching per raccogliere informazioni sui candidati da usare a vantaggio delle sue aziende clienti e a discapito del candidato. Una triste pratica, reale quanto difficile da dimostrare, è quella che sfrutta il principio psicologico di contrasto: inserire un candidato a malapena idoneo per una posizione vacante così da far apparire davvero ottimi tutti gli altri e chiudere più velocemente l’incarico.

A questo si aggiungono due argomenti basati sulla realtà operativa, che smontano l’utilità di questa sovrapposizione:

1. I contatti dell’head hunter non sono per te: L’aspettativa implicita del candidato è: “Pago il coach così sfrutto i suoi contatti da recruiter“.

Questa è la trappola: i contatti di un head hunter sono i suoi clienti a cui egli vende i suoi servizi quando loro hanno una necessità, non sono un database da cui attingere per aiutare un candidato che lo ha pagato! Lo conferma il fatto che le imprese assumono solo quando hanno un bisogno – e non perché c’è semplicemente una persona in gamba che vuole lavorare – e notoriamente qualunque recruiter, in assenza di un mandato, può solo tenere un candidato valido “in orbita” in attesa dell’occasione giusta!

Inoltre, ammesso che l’head hunter sia davvero bravo nel suo lavoro di caccia di talenti senior e vendita di servizi, non è affatto detto che abbia le competenze in formazione e coaching per aiutare te.

2. Il fattore tempo: Come ho sperimentato in prima persona nel mio lavoro, un recruiter o un head hunter di successo, che gestisce magari dieci ricerche in simultanea, è una persona che non ha mai abbastanza tempo: è un lavoro incessante, fatto di straordinari costanti e talvolta esteso anche nel weekend, per venire incontro a candidati troppo occupati durante la settimana lavorativa. E no, non è altruismo: è una necessità per attingere al bacino di “merce” migliore da vendere. Se un head hunter ha così tanto tempo libero da dedicare al coaching individuale, è lecito chiedersi se la sua attività primaria stia andando davvero così bene, o se stia solo cercando di “arrotondare” in un mercato fermo, monetizzando la sua rete in modo improprio.

La mia soluzione: trasparenza e separazione dei ruoli

Come psicologo del lavoro e consulente HR, ho adottato una posizione netta e trasparente per evitare qualsiasi ambiguità.

Come coach di carriera, io mi occupo esclusivamente di formazione e supporto.

Per massima trasparenza, comunico fin da subito ai clienti che la mia attività di coaching è un comparto a tenuta stagna, nettamente separato da qualsiasi logica di recruitment e di placement.

Il mio obiettivo come coach è fornire ai professionisti gli strumenti e il metodo per diventare più forti ed autonomi nella ricerca di lavoro, non sostituire un problema con una dipendenza! I miei servizi (revisione CV, strategia LinkedIn, preparazione ai colloqui) sono formativi, non di placement.

Per questo, ritengo che i due ambiti debbano rimanere separati: chi ti forma per renderti efficace non dovrebbe essere la stessa persona che promette di collocarti, perché gli obiettivi e i “clienti” (tu o l’azienda) sono diversi, opposti e in questo caso incompatibili. Ecco perché non dovresti mai pagare per trovare lavoro!

L’invasione dei career coach improvvisati (e falliti)

Oltre ai conflitti di interesse, il mercato è invaso da un’altra figura pericolosa: il “career coach” improvvisato.

Spesso si tratta di persone che, non riuscendo a trovare lavoro o avendo fallito nel proprio percorso professionale, si reinventano “coach di carriera”. Non avendo competenze spendibili nel mercato “reale”, decidono di insegnare agli altri come (non) trovare lavoro.

Questi soggetti sono dannosi perché:

  • Mancano di qualifiche: Non hanno una formazione specifica, un’esperienza consolidata in ambito HR, selezione o gestione della carriera. Alcuni hanno master e lauree ma se poi vai a verificare l’esperienza, non hanno mai lavorato davvero e mancano della pratica per trasformare il sapere teorico in un aiuto concreto per il prossimo.
  • Offrono consigli obsoleti o errati: Il loro approccio si basa spesso su aneddoti personali, “sentito dire” o teorie motivazionali di fuffa, piuttosto che su una conoscenza reale delle dinamiche aziendali e degli strumenti di recruiting (come gli ATS o la ricerca di lavoro tramite canale).
  • Sfruttano la vulnerabilità: Fanno leva sulla frustrazione di chi cerca lavoro, vendendo speranza a caro prezzo senza fornire valore reale.

“Se non sono riusciti a trovare loro stessi un lavoro, come pensi che possano aiutare te a farlo?”

Investire su sé stessi: l’unica strategia che funziona

Invece di cercare scorciatoie o delegare all’esterno la responsabilità della tua carriera, l’unica strategia vincente è investire sulla tua autonomia e sulle tue competenze.

Il mercato del lavoro di oggi richiede preparazione tecnica, flessibilità e, soprattutto, la capacità di sapersi muovere in autonomia.

Questo è ciò che un percorso di formazione alla carriera legittimo dovrebbe offrire:

  • Consapevolezza (Il CV): Non solo un documento aggiornato, ma un percorso per capire a fondo le tue competenze, i tuoi risultati e il tuo valore.
  • Personal Branding (LinkedIn): La capacità di costruire e comunicare la tua reputazione online in modo professionale e strategico.
  • Metodo (La ricerca e i colloqui): Gli strumenti per mappare il mercato, identificare le opportunità giuste e affrontare i colloqui di selezione con sicurezza e preparazione.

Il mio lavoro è formarti e darti un metodo efficace. Non prometto scorciatoie, perché il successo si costruisce con impegno e consapevolezza.

Conclusione: la tua carriera è nelle tue mani

Viviamo in un’epoca di grande incertezza, ma questo non deve scoraggiarti. Diffidare delle promesse facili e dei servizi “tutto compreso” è il primo passo per proteggersi.

Sviluppare le giuste competenze per gestire attivamente la tua ricerca di lavoro ti darà la sicurezza necessaria per affrontare il mercato, oggi e in futuro. La tua carriera è tua e non puoi delegarla a nessuno.

Sintesi dei Punti Chiave

  • Divieto di compenso: L’intermediazione (trovare lavoro) in Italia è regolamentata e vige il principio di gratuità. Chi svolge selezione per le aziende non può, per legge, chiedere soldi ai candidati per quel servizio.

  • Conflitto di interessi etico: Un recruiter pagato da un’azienda per trovare il candidato migliore non può essere pagato anche dal candidato per aiutarlo a trovare lavoro. La sua lealtà sarebbe divisa e verrebbe meno l’oggettività.

  • La trappola dei “contatti” e del “tempo”: Un recruiter di successo è troppo impegnato per fare coaching e i suoi contatti servono alle aziende, non ai candidati paganti. Chi fa entrambe le cose, probabilmente non eccelle nella prima.

FAQ – Domande frequenti su truffe job placement e coaching di carriera

Un recruiter o head hunter può farmi anche da career coach? Tecnicamente sì, ma è una situazione eticamente ambigua. Un recruiter è pagato dalle aziende per trovare candidati (il suo cliente è l’azienda). Se vieni pagato anche tu (come candidato), si crea un conflitto di interessi sulla sua lealtà.

In Italia è legale pagare qualcuno per trovarmi un lavoro? No. L’attività di intermediazione (incontro domanda/offerta) in Italia non può prevedere un compenso da parte del candidato. I servizi legittimi a pagamento per i candidati devono essere di formazione (es. come scrivere il CV, come fare un colloquio) o consulenza, non di placement.

Come posso verificare se un career coach è qualificato? Verifica il suo background. Ha una laurea in Psicologia del Lavoro o discipline affini? Ha lavorato per anni in ruoli HR, recruiting o gestione del personale in aziende strutturate? Diffida di chi ha solo “certificazioni” di coaching ottenute con corsi brevi e non ha un’esperienza professionale solida e verificabile nel campo.

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