Finalmente ci siamo: ti ho guidato passo lungo le varie fasi che caratterizzano la ricerca del lavoro: dalla tua identità per scrivere il CV sino a come usarlo per trovare lavoro. Ora vediamo come superare il colloquio di lavoro (o colloquio di selezione)!
Se col precedente articolo abbiamo già visto cosa fare per prepararsi prima della giornata fatidica, ora affrontiamo la parte pratica: il colloquio di valutazione a sé stante! E nei prossimi capitoli di spiegherò come affrontare gli assessment centre: le giornate di selezione di gruppo.

Il colloquio individuale
Il colloquio con il recruiter e/o il titolare di un’impresa o un tecnico del settore è la modalità più tipica adottata da molte imprese per fare selezione. I cosiddetti “assessment centre”, che vedremo nel prossimo articolo, sono pratiche più precise ma anche più lunghe e costose che vengono utilizzate solo quando davvero necessario.
Dato che ogni colloquio di lavoro è svolto da individui, più o meno preparati, è influenzato dalla soggettività individuale e dunque non è mai possibile predire tutte le domande che verranno fatte. Ci sono però delle domande tipiche che vedremo tra poco, così come degli errori tipici che voglio correggere subito.
Il primo errore da evitare: l’ingenuità
Dalla mia esperienza come psicologo del lavoro, vedo che moltissimi candidati compiono lo stesso errore: quello di pensare al recruiter come ad un amico, ad un alleato. Spesso sono spinti da un grande desiderio – assolutamente legittimo – di essere accettati per come sono all’interno di un gruppo o di un’azienda e dal bisogno di sentirsi bene in un contesto lavorativo.
Essere onesti e costruire sin da subito un rapporto basato sulla fiducia è essenziale, ma questo non lo si può fare “sfogandosi” in intervista come quando ci si confessa. Raccontare tutto in modo ingenuo è un errore, specialmente se arrivi ancora carico dell’emotività accumulata in anni di malessere presso un’impresa dove ti sei trovato malissimo.
A prescindere dalle specifiche per ogni ruolo, le imprese vogliono sempre trovare professionalità nei candidati, qualcuno che gli risolva un problema e fornisca soluzioni maggiori dei costi legati al suo inserimento. Sfogarsi sui problemi, parlare di conflitti con i propri ex-datori di lavoro o colleghi è una pessima idea: getta dubbi sulla tua credibilità e capacità di essere una risorsa. Non importa se “hai ragione”!
Cos’è la vera professionalità?
La professionalità non è un attributo che deriva automaticamente da un titolo. È una qualità legata alla gestione delle relazioni, all’attenzione per il cliente (interno ed esterno), al saper mantenere una visione ampia e alla gestione delle emozioni.
Come ha meravigliosamente descritto l’amico e program manager IT Andrea Annibali, il nodo cardine della professionalità è la “sicurezza”. Essere professionali è anzitutto fornire sicurezza. Questo include:
- Puntualità: Il lavoro verrà svolto nei tempi previsti.
- Cura: Il lavoro è svolto a regola d’arte.
- Precisione: Funzionerà come previsto.
- Pianificazione: Abbiamo un piano che consente di prevedere tempi e costi.
- Gestione delle relazioni: Il cliente è costantemente al corrente e fiducioso.
- Tracciabilità: Chi verrà dopo avrà la documentazione necessaria.
- Onestà e trasparenza: Non ci sono problemi nascosti.
La stessa cosa devi fare tu in sede di intervista: fornire sicurezza, non mettere ansie a chi ti ascolta caricandolo di ulteriori problemi.
Questa è tra l’altro una cosa che differenzia molto un profilo junior da uno senior.
- Junior: Mostra l’ardente desiderio di mettere in pratica ciò che hai imparato, la voglia di crescere e il fatto che sei una persona affidabile.
- Senior: L’azienda si aspetta che sia tu a fornire risposte e soluzioni ai loro problemi. Il tuo focus deve essere sul dimostrare professionalità come appena spiegato.
Il secondo errore: non essere consapevoli di sé
Parlo proprio di una mancanza di consapevolezza interiore, che il mio metodo va già a risolvere con le interviste scritte propedeutiche al CV. A prescindere dall’età, infatti, molti candidati vanno a colloquio con un atteggiamento mentale passivo, lasciando tutto l’onere della prova agli esaminatori, sperando che questi notino il loro valore. Ma non funziona così.
- I candidati più giovani spesso “peccano” di inesperienza e mancanza di un focus professionale (ed è comprensibile).
- I più esperti hanno difficoltà a riassumere diversi anni di lavoro in pochi minuti e danno l’idea di essere persone indecise, lente, poco affidabili e dunque poco professionali.
Frasi come “non lo so; ci devo pensare; ora non mi viene in mente niente; più o meno questo; dovrei provarci” hanno un effetto devastante su chi ci ascolta!
Per contro, chi arriva a colloquio con le idee chiare è in grado di dare quell’immagine di autorevolezza nel proprio settore, tipica di colui che sa fare bene il suo lavoro. Quella condizione tra il controllo e la passione che fa percepire a chi ci ascolta quel genuino interesse per l’azienda e la maturità psicologica per poter affrontare le sfide collegate al ruolo.
Durante i colloqui e gli assessment centre non conta tanto chi sei ma quello che dimostri. Se non sei allenato a trasmettere valore, rischi di venire scartato. Sì: chi è abituato a parlare bene, con ottime capacità di espressione e linguaggio preciso, è indubbiamente avvantaggiato perché trasmette sicurezza e fiducia.
Ecco perché è importante allenarsi con lo storytelling ed avere ben chiari i propri traguardi, come spiegato nel precedente articolo!
Le domande tipiche di un colloquio di lavoro
Normalmente, un colloquio di lavoro si divide nelle seguenti 4 fasi:
- Warm-up (riscaldamento): 2/3 minuti – si valuta il primo impatto.
- Esame: 20 minuti (ma anche di più) – l’esame effettivo del candidato.
- Controesame: 10 minuti – momento interattivo in cui è il candidato a fare domande.
- Chiusura: 4/5 minuti – vengono fornite le ultime informazioni.
Le domande che riceverai sono fatte per determinare se le tue competenze sono allineate al ruolo, se sei in grado di risolvere i problemi e se sei compatibile come persona con l’impresa.
1. Domande di introduzione
Dopo il warm-up, normalmente vengono fatte domande introduttive del tipo:
- Mi parli di lei!
- Che lavoro faceva prima? Come mai ha lasciato il tuo ultimo lavoro?
- Perché ha scelto tale percorso di studi? … oppure.. Perché non ha fatto l’università?
Sono domande aperte, che consentono al selezionatore di farsi un’idea di te. Non usare mai la terza persona (“il dott. Loy nasce a…”) e non procedere senza meta: annoieresti il selezionatore. Racconta solo quelle esperienze che possono avere un interesse per chi ti ascolta.
2. Domande di motivazione
- Qual è la sua motivazione?
- A quale stipendio ambisce?
- Come si vede fra 5 anni?
- Cosa le interessa di più di questo ruolo e di questa azienda?
Davanti all’ultima domanda, il primo pensiero è “È ovvio che per vivere mi servono soldi!”. Ma il recruiter lo sa già. Il punto è che nessuno può svolgere bene un lavoro che non gli piace. Vogliono vedere quanto è forte la tua passione per la loro impresa specifica o per il ruolo, per stimare quanto sarai affidabile sul lungo termine.
In Italia, le domande sullo stipendio vanno fatte solitamente a fine colloquio. Se te la pongono prima, puoi ribattere con “Non posso rispondere se prima non so che mansioni svolgerò e quali saranno le mie responsabilità!” Tuttavia, tale domanda è posta anche per capire se sei compatibile con il budget o quanto pensi di valere. NON giocare al ribasso, perché ti squalifichi solamente.
3. Domande sull’autoconsapevolezza
- Quali sono i suoi punti forti e deboli? (sia professionali che caratteriali) Li motivi.
- Perché dovremmo assumere proprio lei? Cosa la renderebbe qualificato per questo lavoro?
- Mi parli di un progetto difficile che ha portato a termine // di un suo grande successo e di un suo grande insuccesso.
- Come la descrivono i suoi capi e colleghi?
Servono per valutare la maturità psicologica e il livello di competenza. Queste sono le domande che ti consentono di esprimere il tuo valore, ma solo se ti sei preparato prima con lo storytelling e sai raccontare storie brevi e dritte al punto.
Per le domande su scenari negativi (insuccessi, punti deboli), sono fatte per valutare la tua umiltà e la capacità di imparare dagli errori. Rispondi con sincerità e intelligenza. Non dare risposte “paracule” come “lavoro troppo”, ma fornisci la verità e la soluzione assieme. Ad esempio: “Ritengo di essere carente con la lingua inglese, ma mi sono già attivato frequentando la comunità di expats nella mia città” oppure “Non conosco l’ultimo linguaggio di programmazione, ma sto già frequentando un corso di aggiornamento certificato”.
4. Domande di valutazione tecnica e di abilità
- Le sono stati affidati diversi compiti e non può concluderli tutti entro la scadenza: cosa fa?
- Come risolve questo problema? Come gestisce il conflitto?
- Come procede per prendere decisioni importanti?
Non c’è una regola fissa, ma l’importante è dare risposte coerenti e motivate collegate a un contesto specifico. Porta esempi pratici e, in caso di dubbi, chiedi al selezionatore di specificare meglio il contesto: non può esserci una risposta valida per tutto.
5. Domande personali, provocatorie o illegittime
- È fidanzato/a?
- Che religione professa?
- Perché ha preso un voto di laurea così basso?
- Come mai ha cambiato lavoro così spesso?
- A cosa è disposto/a a rinunciare per il lavoro?
Alcune di queste domande sono illegittime. La legge italiana vieta selezioni basate sulla discriminazione di genere o altri parametri.
Le donne, in particolare, possono aspettarsi domande sulla maternità. Molti datori di lavoro temono che una donna sparisca per oltre un anno. Con questo non giustifico nessuno, ma bisogna saper gestire il momento, capendo se si ha davanti una piccola impresa comprensibilmente preoccupata o solo una mentalità sessista da cui è bene stare lontani.
Altre domande possono sondare “buchi” nel CV. Le risposte migliori sono quelle dove ci si prende le proprie responsabilità, senza eccedere. Se hai svolto molti lavori a tempo determinato, cerca di tranquillizzare il selezionatore sulla tua intenzione e motivazione a stare da loro il più a lungo possibile.
6. Chiusura: “Ha delle domande da farmi?”
Il contro-interrogatorio è molto importante per mostrare interesse sincero, caparbietà e (se sei junior) voglia di imparare. È il momento di acquisire informazioni utili su:
- Mansione da svolgere;
- Metodo di lavoro adottato ed organizzazione;
- Progetti in corso, strategie di sviluppo e investimenti;
- Retribuzione e inquadramento contrattuale (da tenere alla fine!);
- Il motivo per cui dovrei venire a lavorare proprio per voi;
- Le principali criticità della vostra azienda e cosa state facendo per risolverle.
Non aver paura di sembrare eccessivamente sicuro di te, sino a quando mantieni rispetto. I candidati forti intimidiscono i recruiter incapaci. E, dato che il recruiter è un ambasciatore dell’impresa, se dovesse risultare una persona mediocre, è molto probabile che quell’azienda non sia un posto sano dove lavorare.
7. Altre modalità di intervista e di domande
Ci sono rari casi in cui vengono usate tecniche particolari. Una molto positiva è data dal metodo STAR (già spiegato), dove ti verrà chiesto di raccontare casi di successo. Una modalità molto negativa è quella di mettere intenzionalmente sotto pressione i candidati per vedere come reagiscono sotto stress. Sono profondamente contrario a queste tecniche per motivi etici e professionali.
Ci sono poi domande particolarmente idiote, figlie della peggior PNL, come chiederti “si descriva usando solo aggettivi che iniziano con le lettere del suo nome”. Davanti a simili idiozie, devi capire chi hai di fronte. Se è un “brand ambassador” dell’impresa, potresti considerare di congedarti con educazione. I recruiter deboli si fanno intimidire dalle personalità forti e, comunque vada, tu non vorresti mai lavorare per una simile azienda.
Il consiglio da portarti a casa: come affrontare il colloquio
- Autenticità, non ingenuità: Sii onesto ma professionale. Il recruiter non è un confessore.
- Offri sicurezza: Dimostra di essere una soluzione, non un altro problema, attraverso puntualità, precisione e consapevolezza.
- Preparazione (Storytelling): Arriva con le idee chiare e storie pronte per dimostrare le tue competenze e la tua consapevolezza.
- Fai domande (Controesame): Mostra interesse genuino e valuta se l’azienda è adatta a te. Non subire passivamente il colloquio.
FAQ sul colloquio di lavoro
Come devo rispondere alla domanda sui miei punti deboli?
Evita cliché come “sono un perfezionista” o “lavoro troppo”. Sii onesto riguardo una reale area di miglioramento (preferibilmente tecnica, non caratteriale) e spiega immediatamente cosa stai facendo per colmarla (es. “Non ho ancora approfondito X software, per questo mi sono iscritto a un corso che terminerò tra un mese”).
Cosa faccio se mi fanno una domanda illegittima sulla mia vita privata (es. figli, matrimonio)?
Hai il diritto di non rispondere. Puoi farlo educatamente, deviando la domanda verso temi professionali. Ad esempio: “Preferirei concentrarmi sulle mie qualifiche professionali e su come posso contribuire al successo dell’azienda. La mia vita privata non influisce sulla mia performance lavorativa.”
È appropriato chiedere dello stipendio al primo colloquio?
In Italia, è generalmente meglio aspettare che sia il recruiter a sollevare l’argomento, o attendere le fasi finali della selezione (secondo colloquio o chiusura del primo). Se te lo chiedono, sii preparato ad indicare un range realistico (RAL – Retribuzione Annua Lorda) basato sulle tue ricerche di mercato e sulla tua esperienza.



